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Giovani: un futuro da educare e costruiretorna su

La tematica dell’educare i giovani alle scelte viene affrontata da tre ottiche differenti: antropologica, con il Prof. Gennaro Cicchese della Pontificia Università Lateranense, psicologica con la Prof. Laura Nota, dell’Università di Padova e pedagogica con il Prof. Dariusz Grsadziel, dell’Università Pontificia Salesiana.

 

Il Prof. Cicchese offre una rilettura antropologica della dinamica della scelta libera dei giovani. “Ci rendiamo conto - esordisce - di vivere dentro uno spazio smaterializzato sempre più virtuale e dentro uno spazio sociale mutante, come dei solitari interconnessi, degli esseri segnati da un autismo elettronico”. L’intervento ripercorre e approfondisce il rapporto con il tempo che, oggi, sta perdendo la caratteristica principale della linearità, per cui tutto si appiattisce sul presente. “L’avvento del presentismo - precisa Cicchese - è davanti a noi con un rischio: quello di diventare schiavi del presente”. Come uscirne, come recuperare la memoria, come fare in modo che la fretta ci tolga la capacità di scegliere e di decidere? Secondo Cicchese, la via è “reinsegnare ai giovani di oggi a camminare. L’esatto contrario di quanto fa la società contemporanea che li addestra a correre, correre, fino ad aver fretta, a bruciare le tappe, al consumare tutto e subito”. Camminare restituisce alla persona la capacità di pensare, la lentezza aiuta a prendere decisioni libere. “Il compito dell’educazione - precisa ancora Cicchese - è quello di sviluppare in tutte le sue potenzialità quell’essere in relazione che noi già siamo”. Non solo, per il filosofo è fondamentale che i giovani scoprano, o ri-scoprano, la potenzialità che riposa dentro di loro, in quanto “sono proprio loro l’unico presente che abbiamo! E forse essi stessi ci stanno mostrando che è possibile un futuro nuovo e migliore, attraverso una convivenza pacifica e conviviale”.

 

Da una diversa prospettiva anche Laura Nota, psicologa, riflette sul futuro, rilanciando subito un interrogativo all’assemblea: “Parlare di futuro significa interrogarci su quale lavoro?”. Quale professionalità per i giovani, quale orientamento, inclusione e sostenibilità in un contesto lavorativo cambiato dall’avvento delle nuove tecnologie? Quale formazione a nuove attitudini e competenze perché i giovani possano progettare il futuro nel tempo dell’incertezza?
È urgente “coinvolgere i giovani - precisa - in progettazioni del futuro di qualità, inclusive e sostenibili”. Questo significa sempre più “stimolarli a guardare alla realtà esterna e a ciò che accadrà ricordando che tutto questo non potrà essere interpretato e manipolato in funzione unicamente di propri interessi, delle proprie passioni e di propri capitali umani”. Stimoli e provocazioni che devono in qualche modo investire anche le università, perché “una università inclusiva si apre alle sfide consistenti, ad esempio, quelle contenute nell’Agenda 2030, perché si tratta di allenare le giovani generazioni a gestire queste sfide”.

 

Secondo il prof. Dariusz Grsadziel la persona, nel suo essere soggetto agente, può conoscere, decidere e consapevolmente comprendere quei condizionamenti relazionali e ambientali che influiscono sul diventare autore delle proprie scelte libere e autonome. “La pedagogia - ha concluso - è la base scientifica dell’arte educativa, una disciplina pratico-progettuale, che non dà ricette ma che apre prospettive e processi di riflessione”.

 

Le conclusioni sono affidate a Mons. Michele Falabretti, Direttore del Servizio di Pastorale Giovanile della Conferenza Episcopale Italiana. “Il Sinodo di oggi non è tanto sui giovani quanto un Sinodo sugli adulti e sulla Chiesa, sul suo essere generativa nella fede, nell’ascolto della realtà”. Mons. Falabretti Indica infine tre connessioni che si possono stabilire tra gli interventi precedenti e la pastorale giovanile: rallentare e abitare il presente, camminare accanto ai giovani per tornare ad essere credibili; dare futuro ai giovani e credere che in loro ci sono tutte le potenzialità per diventare fecondi e fare cose grandi; mediazione pedagogica che si traduce in mediazione pastorale, poiché l’educazione alla fede non può essere un gadget, una delega, ma è invece una dimensione educativa che porta a dire “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

 

Intervista al prof. Gennaro Cicchese
Intervista a Mons. Michele Falabretti
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